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29 Dic 2012

Il reddito minimo garantito dell’agenda Monti

Il sito www.angenda-monti.it è irraggiungibile ormai da qualche ora ma tutti hanno avuto modo in questi giorni di consultare i punti programmatici dell’ormai celebre “agenda” del professor Monti.

In queste stesse ore si stanno svolgendo le primarie per la scelta dei candidati del PD e di SEL. Possono votare tutti, iscritti e non ai partiti, elettori delle primarie di coalizione tenutesi il mese scorso e sottoscrittori della Carta Intenti della coalizione.

L’Agenda dei centristi e la Carta dei sinistri sono programmi, come si chiamavano una volta ma, in base al sempre più diffuso processo di diluizione dei significati delle parole, si è scelto di nominarli in maniera più cool, più professorale o più ufficiale.

Quello che colpisce è che nella Carta di Intenti non vi è il minimo accenno a una questione che pure Vendola andava dicendo da anni: il reddito minimo di cittadinanza. Non è stato trovato spazio nel documento in 11 pagine per un tema così bolscevico e massimalista.

Nelle 25 pagine dell’Agenda invece l’intento c’è e come: viene definito “reddito minimo di sostentamento”. La cosa non deve meravigliare affatto: il reddito minimo fu in realtà teorizzato nel 1995 da Milton Friedman perchè rispondeva a una fredda logica: poiché in un paese occidentale non è possibile pensare di offrire lavoro per tutti allora è bene distribuire un po’ di ricchezza a chi il lavoro non ce l’ha, in modo tale da ridurre le tensioni sociali e mantenere costante il livello di spesa personale e di consumo collettivo. Visto così il reddito minimo di cittadinanza non sembra per niente un provvedimento “sociale”. E visto così non meraviglia nemmeno il fatto che l’Europa l’abbia raccomandato ai paesi membri come misura di contenimento della povertà.

La questione non è di lana caprina. Il welfare non può sostituire il lavoro. Le politiche di “contenimento della povertà” possono trovare spazio in manovre di emergenza, non certo in programmi che si presuppongono quinquennali e dove, tra l’altro, non vi è un vero e proprio piano di ristrutturazione del mondo del lavoro.

Se nella Carta d’Intenti vi è solo una pallida visione di quello che andrebbe fatto per uscire finalmente dalla crisi, nell’Agenda di Monti tutto sembra molto più strutturato, serio, fattivo, implacabilmente rispondente alle logiche del capitalismo finanziario.

Il lavoro, la dignità che esso dà alle persone, è puntualmente offeso e ridotto a merce di scambio.

Scritto da

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