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Violenza sulle donne: il caso di Pubblicità Progresso

violenza sulle donne

C’è chi dice che “la violenza sulle donne va combattuta” e che questo “è innanzitutto un problema culturale”.

C’è chi dice questo e chi poi crea campagne di sensibilizzazione sul tema.

Il 25 novembre si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Durante quella giornata tutti si mettono qualcosa di rosso addosso e in tv non si fa che parlare di donne maltrattate.

Poi c’è chi si inventa qualche ridicola campagna di sensibilizzazione, come la rassegna cinematografica promossa dalla Regione Lombardia, dalla Provincia e dal Comune di Milano, dal “provocatorio” titolo Stai zitta, cretina, quella del collettivo romano ControViolenzaDonne (solo per chi non è debole di cuore linko l’immagine che invita a partecipare alle iniziative per il 2013) o come quella delle scarpe rosse promossa dalla CGIL (che immagino voglia ricordare qualcosa legato all’eccidio degli ebrei, non so!).

Ma il colpo grosso, il premio per la campagna di sensibilizzazione più idiota in assoluto va sicuramente alla Fondazione Pubblicità Progresso, che pochi giorni prima aveva tentato “un esperimento” (esteso da gennaio 2014 a tutto il territorio nazionale): quanti minuti ci impiegheranno gli uomini a dare il peggio di sè avendo la possibilità di scrivere quello che credono (forse che sia divertente) all’interno di alcuni fumetti? Pochi, ovviamente.
Sui manifesti campeggiano le immagini di donne e un fumetto non completo del tipo “dopo gli studi mi piacerebbe…”, “vorrei che mio marito…”. Ebbene, dopo sole poche ore le frasi sono state completate da insulti e disegni volgari (come dimostra il video pubblicato dalla stessa Fondazione).

Ovviamente un po’ di noi si sono imbestialite e Alberto Contri, presidente della Fondazione Pubblicità Progresso, ha anche dichiarato: «Era il nostro obiettivo, far capire che la violenza e la discriminazione sono radicate nella fascia media della popolazione.»

Ma allora non era più facile mettere una cinghia in mano alla gente che passava e permettere di menare, senza subire conseguenze, una donna?

La campagna di Pubblicità Progresso, così come tutte quelle che sono state elencate sopra e tante altre ancora, non fa altro che riproporre “l‘ennesimo rituale di degradazione delle donne” (come dice la semiologa Giovanna Cosenza sul suo blog), per di più in maniera impunita e gratuita.

Per dire basta alla violenza non è possibile lasciare che per giorni e giorni campeggino sui cartelloni per strada e negli spot televisivi scene di donne maltrattate, perché questo non fa che confermare l’idea che la “posizione” della donna sia quella del degrado e dell’offesa.

E’ questione di marketing? Anche!
Chi ha le più rudimentali nozioni di comunicazione sa che mostrare un’immagine conferma a livello subconscio un’idea precostituita che l’osservatore già ha, lo si conforta dandogli sicurezza e lo si spinge a rimanere sulla scia dei propri pensieri.

Per questo la campagna di Pubblicità Progresso è offensiva oltre che estremamente pericolosa, perché funge  da esca e da rinforzo per quegli atteggiamenti violenti, che la campagna stessa vorrebbe  condannare.

Non si lasceranno mai emergere le donne dal vittimismo se le si continua a rappresentare come vittime

Scritto da

Lucia Rocco

- Classe 1984. Laurea in Archeologia Romana. Appassionata di Fotografia e Politica. E’ tra i fondatori de La Prima Pietra. Sogna gli Stati Uniti d’Europa.