9 Mar 2014

Sorrentino vince…per chi?

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L’arte per essere fruita, pensata, non sappiamo se anche compresa, richiede il silenzio.

Leggiamo un libro in silenzio, ascoltiamo una sinfonia in silenzio, guardiamo un film in silenzio (guai a disturbare gli altri spettatori). Insomma il silenzio permette la fruizione dell’arte che non deve mai essere positiva o celebrativa dell’artista.

Il film di Paolo Sorrentino –La grande bellezza –  reduce dalla recente conquista dell’Oscar quale migliore film straniero è uno spaccato di una città –Roma- delle sue bellezze architettoniche e delle sue miserie umane.

Sorrentino, ha scelto la città d’arte italiana per eccellenza. I suoi palazzi, i suoi rituali sociali, citazioni colte da Flaubert, Celine, ed uno scrittore- non scrittore Jepp Gambardella che attraversa palazzi romani, strade millenarie, feste orgiastiche  senza mai smarrirsi o perdere di vista la sua missione spirituale: la vacuità.

Metà flaneur metà poeta della beat generation: Jepp Gambardella. Se vogliamo La grande bellezza rappresenta una città, Roma, nell’ immaginario collettivo americano. Sorrentino ha allargato il diaframma della sua macchina da presa inserendovi personaggi insignificanti, cinici, decisi, malavitosi, smarriti: insomma un quadro sociale di una borghesia romana piaciona, scaltra e smarrita. Passato nobile, presente misero.

E’ questa la struttura binaria che attraversa l’opera di Sorrentino. D’ altronde già Goethe nel suo viaggio in Italia aveva dato lo stesso pesante giudizio  su Roma (grande passato, misero presente). E sulla sua scia altri autori stranieri; famosi e meno famosi. I resoconti di viaggi del Gran Tour si riassumevano tutti nella stringata formula: grande passato , misero presente. Ma essi venivano fatti all’incirca due secoli fa.

Federico Fellini, inserito da Sorrentino, nell’ Olimpo dei suoi ispiratori ci aveva regalato un capolavoro: La dolce vita spaccato di vita romana tra il boom degli anni 60  e  la spensieratezza di una elite cosmopolita degli stessi anni. Sorrentino è stato più parco. Le elite  non sono globali, massimo hanno fatto il viaggio di sola andata Napoli Roma.

La formula funzionò per Fellini che portò sulle rive del Tevere il suo Oscar, ha funzionato per Sorrentino che ha conquistato il suo Oscar. Dovrà ora decidere se dedicarlo alla sua Napoli o omaggiare la città eterna per la costruzione del plot del film romanzo.

Nel frattempo a Sorrentino sono piovute addosso critiche,  elogi ed anche tanta ironia. Bene ha fatto a tirar diritto senza rispondere alle critiche. Facciamo notare che mentre Sorrentino ritrae una città paese e la sua borghesia smarrita e inconcludente: il Paese vanta eccellenze mondiali: non sappiamo ancora per quanto. Speriamo a lungo.

In fondo noi italiani siamo un po’ anche questi: piagnoni, auto denigratori, gli americani direbbero con un low self esteem. Intanto facciamo buoni film che portano a casa vittorie globali.

Gli stereotipi quando vincono sono un potente strumento di autoconoscenza. Sorrentino ci ha regalato un ottimo film. A noi (o meglio alle elite italiane) introiettare ed elaborare il contenuto. La forma e’ data.

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Scritto da

- PhD In Letteratura Comparata. Insegnante, giornalista e corrispondenza dagli USA, autore, delegato per una ONG, maratoneta, meridionale a New York.