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8 Mag 2012

Maggio della speranza in Francia, autunno della politica nell’Europa meridionale.

Se confrontiamo  il risultato delle elezioni amministrative che si sono svolte in Gran Bretagna e in Italia e quello delle politiche francesi e greche, possiamo ricavare un quadro plastico della profonda spaccatura all’ interno dei paesi dell’Unione. Il primo dato che emerge con chiarezza è che gli elettori europei hanno bocciato senza appello il super partito del rigore e dell’austerity e chi lo aveva  appoggiato.  Tuttavia, mentre in Francia e in Gran Bretagna la presenza di una opposizione partitica ha garantito un sostanziale mantenimento dello  schema bipolare,  in Italia e in Grecia  si è prodotta una frammentazione dell’offerta politica con due grandi ex partiti che persino in coalizione non rappresentano più la maggioranza degli elettori e una miriade di liste per lo più antisistemiche e di opposizione.

Però per quanto riguarda il risultato delle elezioni amministrative italiane non tutto può essere ricondotto soltanto ad un secco giudizio sulle politiche d’austerity imposte da Monti. Se infatti i Greci sostanzialmente sembrano imputare ai partiti un deficit di indipendenza politica nei confronti dei tecnici imposti dal mercato, in Italia ad essere messa in discussione è proprio la stessa funzione dei partiti e la loro legittimità a dare una risposta politica alla crisi.
Senza dubbio questo malessere nasce da lontano, ma è stato acuito dal fatto che i partiti sono percepiti ormai come una sorta di Moloch immobile che niente o nessun può scalfire.  Del resto mentre negli ultimi anni in tutti paesi europei sono cambiati sia i leader che le idee, da noi  i protagonisti della scena politica sono da anni sempre gli stessi che ripropongono  perennemente le stesse ricette e le stesse strategie. Il secondo motivo che forse può spiegare la crescente disaffezione degli italiani nei confronti della stessa forma partito, è la mancanza di una qualsivoglia reazione al malessere crescente nel paese nei confronti dei privilegi e dei costi della politica. Per molto tempo i chiari segnali di disaffezione sono stati letti soltanto come un fenomeno passeggero di antipolitica, destinato primo o poi a scemare,  ignorando che l’antipolitica nasce, ed è pericolosissima per questo, proprio come reazione alla mancanza di risposte politiche al malessere sociale.

Tutto questo ha portato alla sconfitta di tutti i principali partiti politici che hanno dominato in lungo e in largo la scena negli ultimi anni. Il primo dato che emerge con chiarezza è la quasi scomparsa del PDL dalla geografia politica italiana. Il partito di plastica, costruito ad immagine e somiglianza del Cavaliere, si sgretola completamente raggiungendo nelle grandi città percentuali che non superano il 10% , toccando punte del 4,4% a Parma, e confermandosi soltanto a Lecce, Gorizia e Catanzaro. Non va meglio nei piccoli centri dove il centro destra perde la stragrande maggioranza  dei comuni che amministrava in precedenza.
A differenza delle passate consultazioni, l’emorragia di voti berlusconiani non si traduce in un sostanziale avanzamento delle Lega. Anzi. Il partito di Bossi perde in tutte le sue storiche roccaforti, da Monza a Como, confermandosi soltanto in quella Verona governata dal maroniano eretico Flavio Tosi che fino a qualche mese fa era in odore di espulsione. Persino il Terzo Polo, che pure era presentato da molti editorialisti italiani come la più importante novità politica, non riesce a sfondare nonostante il suo complesso gioco di alleanze.

Nelle macerie del quadro politico il Pd tiene, confermando 4 comuni capoluogo (Brindisi, Taranto, Pistoia e La Spezia) e andando al ballottaggio con buone possibilità di vittoria in altri 18 comuni (da Parma a Belluno, da Brindisi a Lucca). Tuttavia non sfonda né dove si presenta con lo schema di Vasto né dove decide di presentarsi alleato del Terzo Polo. Nonostante la totale debolezza degli avversari, non riesce ancora ad essere percepito come un’alternativa credibile per il governo dei paese. Il salti mortali fatti da Bersani per sostenere sia la linea di Monti che quella di Hollande, e la totale mancanza di coraggio impediscono a molti lettori di identificarsi in un progetto politico la cui lambiccata identità è chiara soltanto a pochi eletti. Non va molto meglio neanche al Sinistra Ecologia e Libertà che, pur riuscendo a incassare il brillante risultato di Genova, si assesta in una percentuale tra l’1 e il 5%. Nonostante l’indubbio fascino del suo leader, SEL appare sempre di più un’eterna incompiuta, un partito che ancora non ha capito cosa farà da grande. Una sinistra indistinguibile, un po’ socialista e un po’ ex comunista, mezzo partito e mezzo movimento, a volte alleata con l’IDV,  a volte con Casini.

In questo scenario non c’è molto da essere fiduciosi, né tanto meno possono bastare le speranze che vengono da Oltralpe per immaginare un futuro roseo per la politica italiana. Difficilmente la sinistra italiana, almeno di imprevedibili terremoti, riuscirà a sciogliere l’enigma della sua identità e altrettanto difficilmente la destra potrà presentarsi con un aspetto diverso da quello di una nuova DC.  Nel frattempo una democrazia già sotto stress rischia di collassare sotto i colpi di una crisi economica finora indomabile e di un sempre più vasto disagio sociale.

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